Eccomi son qui, solo per poco,
a ragguagliar l’Italia sul motivo
per cui non sono morto, ma son vivo
e seguito contento in questo gioco.
Son qui che mi trastulla la D’Addario
sul lettone - quel di Vlady, va da sé -
e dopo il nono gelido bidet
godo molto di più che con la Lario.
Di tutte le sentenze me ne infischio
delle celesti calze me ne fotto:
se anche il lodo Alfano ha fatto il botto
tranquillo sto, non corro nessun rischio.
Perché è da mo’ che ve lo metto dietro
e voi dementi ancora date retta
a ciò che dico, e comunque ve la metta
restate a culo in su, come Belpietro
cui spesso chiedo: “Di’, così ti basta?”
“Ma no – risponde – a sua disposizione,
Mio Re! Mio Duce! Che splendida erezione!
Ancora un po’, mi garba e non mi guasta”.
E allora spingo, affondo, tengo duro,
più o meno come faccio con voi altri:
mi bastan lui, Emilio, Vespa e Feltri
con loro vinco ancor, ne son sicuro.
Esempio: avete visto il terremoto?
Che cazzo ci voleva? Tutto risolto!
Ghe pensi mì, non ci voleva molto,
ad Onna è tutto a posto, com’è noto.
Almeno così ho detto a Porta a Porta
e il popolo beota ci ha creduto.
Ma da Santoro no, lì mi rifiuto,
ché poi bisogna andarci con la scorta.
E poi se ci si mette anche la Rosy
dov’è il problema? La metto tosto in riga,
che non si creda certo una gran figa,
con quei capelli bianchi e l’alitosi
non fa ‘na gran figura, manco pe’ gnente,
e pure se risponde con puntiglio
a quel che dico, io non batto ciglio:
“Piu bella sei – le fo - che intelligente!”
E infatti tutti giù nel darmi addosso.
Che tonti! Ma davvero non capite?
Son Superman, voi non la kryptonite!
Io nel sentirvi urlare a più non posso,
ragliare come indomiti somari,
sbraitare come il povero Di Pietro,
(nel mentre che vi penetro da dietro)
sentirvi dir: “Però: son cazzi amari!”
eiaculo giulivo, come non mai,
ché tanto la mia bella impunità
ormai è già bell’ e pronta, eccola qua:
dimentico perfin Murdoch e Sky.
Nel mondo me ne dicono di ogni:
“Ma guarda quant’è basso quel sultano!”.
Mi basta dare fiato al deretano
come per espletar i miei bisogni,
poi cago e detergo il mio culetto
con i fogli della Costituzione,
ribatto ad ogni accusa: “Prescrizione!”
(oppure, in certi casi, “Son l’eletto!”).
E la Corte? Son tutti comunisti!
E la stampa? Scrivani prezzolati!
Io libero, e gli altri condannati,
perché il più ganzo son tra i piduisti.
Sapete che vi dico? Siete scemi,
dimenticate in fretta, e fate male,
mi basta dir: “Travaglio è un criminale!”
che già più non si parla di Noemi.
Comunque sia, davvero, me ne sbatto
di quel che dite, che fate, che scrivete
io vo per la mia strada, alle mie mete,
però vi guardo e rido come un matto.
Invero un po’ m’angoscia questa cosa:
l’indignazion che sale, quella vera.
Ma intanto resta sempre una chimera
e infatti ancora oggi nessuno osa:
chi prova a intervenir, cito per danni
si sappia, intanto, che sarò vincente
restando il migliore Presidente
pei prossimi seicentocinquant’anni.
E mo’ attendo sto Congresso del PD,
che sembra più un pollaio che un partito,
non dico chi dei tre è più scimunito
se soli o in coro fan “Chicchiricchì”.
Scendete pure tutti quanti in piazza,
scherzate ancora con la mia statura:
io nel frattempo resto "a minchia dura"
fintanto che Patrizia mi sollazza.
Silvio
E' ormai evidente che per Berlusconi è necessario un lodo.
Possibilmente scorsoio.
Oggi andiamo al mare. L’allegra compagnia è variopinta ed entusiasta. Ci sentiamo liberi dalle corde che ci hanno tenuto fermi al palo, sembriamo galeotti consumati dal miraggio dell’evasione. Loro mi considerano il capo, ma solo perché non avvertono il senso di paura che mi avvolge.
C’è Guido che alita sul finestrino e si diverte a figurare visioni effimere. Non stacca gli occhi da quel vetro. Quasi si consuma l’indice, ma per quegli scarabocchi ne vale proprio la pena. È ipnotizzato dallo scorrere delle colline inverdite dalla primavera, in quel verde riluce la libertà che non ha mai trovato.
Incessantemente Sandro si alza e si lascia cadere sul suo sedile preferito, mentre canta canzoni e declama poesie di cui solo lui conosce l’intensità. Nessuno di noi potrebbe andare al cuore delle sue parole e decifrarle. Conosce la metrica, perché è la stessa dei suoi balzi sul sedile.
Cristiano invece si è seduto insieme a Giulia, e la fissa già da più di mezz’ora. Lei lo lascia fare perché le piace, e si vede. Non proferiscono alcunché ma è oltremodo chiaro che non ne hanno bisogno. Una di fronte e l’altro di profilo, immersi in una muta baldoria di sensazioni, in un afono turbinio di colori in comunicazione.
Sembra che questo sole caldo li abbia riaccesi, dopo la noia quotidiana di sempre. Il refettorio dell’istituto è stato rimosso dalle nostre menti, col suo odore sempre uguale qualsiasi fosse la pietanza; col rumore delle forchette macchiate dal calcare sui piatti; con la tendina a strisce per allontanare le mosche. Non c’è bisogno di stare composti, oggi. E potremo mangiare quello che vorremo. Lo sanno bene, e lo so anch’io.
Per questo Giorgio ogni tanto mi chiede quanto manca ad arrivare. E anche se gli rispondessi che ci vuole ancora un solo secondo tornerebbe al suo posto con la stessa tristezza e con la stessa frustrazione che ha sul viso anche adesso. Giorgio è un deluso cronico, un pessimista incallito, ma dategli modo di assaporare per un attimo il gusto inebriante della soddisfazione e non si dimenticherà più di voi. Così ha fatto con me, quando un suo tiro maldestro che io, ancor più maldestramente, feci entrare dentro la rete gli diede la gioia e l’euforia del campione osannato. Da quel pomeriggio sono stato proclamato “migliore amico, anche di più del cento per cento”. Per non mortificarlo gli dico che ci siamo quasi: non si sposterà di un millimetro fin quando non arriveremo alla meta, con lo sguardo fisso oltre la fine della capacità dei suoi occhi.
Marco sfoglia una rivista in tutta solitudine e bisbiglia qualcosa di cui non riesco a captare niente. La rivista è datata due anni fa ma lui l’ha sposata per sempre. La guarda in continuazione, le stesse immagini, le stesse pubblicità, come se fosse alla ricerca di un messaggio nascosto fra le righe di quelle pagine che possa svelargli il crudele motivo per cui, ogni giorno, deve subire “la puntura delle sette”. Come potrei spiegargli che senza quella puntura oggi sarebbe dovuto rimanere al Centro?
Martina ha la passione del disegno. Una vera artista. Disegna alberi con uccelli, cieli nuvolosi con un sole pallido, lo scivolo della sala giochi e girotondi di bambini allegri. Poi firma i suoi capolavori con uno scarabocchio nero che solo io so corrispondere alla sua sedia a rotelle. Ieri piangeva per la caccia al tesoro. Mi ha regalato il suo quadro preferito, quello con me e lei seduti nel campo di papaveri che colora di rosso intenso la vetrata grande, alla fine del corridoio del terzo piano. Lo tengo nel cassetto del comodino, insieme a Rimbaud e Neruda: è là che mi rifugio quando ho voglia di piangere. Anche oggi è china sul suo foglio e potrei giurare che non toccherà il pennarello nero.
Stefano vuole prendere il megafono per l’ebbrezza che dà il potere di farsi ascoltare da tutti, fino all’ultima fila, e raccontare le barzellette oscene e sconclusionate che la sua memoria folle gli suggerisce. D’istinto non glielo permetto, ma poi mi pento perché comincia un lamento invasato che mi perfora le orecchie e l’anima.
Fabiola avrebbe preferito andare in montagna, perché il sole le ricorda il fuoco devastatore che le ha portato via la mamma e la vista. “La neve è fresca e non fa male: infatti è bianca”, mi dice nella disarmante solennità di un giudizio definitivo, “il caldo è rosso come un peccato”. Ha assorbito i colori dentro di sé, e ogni tanto li fa esplodere in meravigliose immagini.
Ci siamo quasi, ci siamo tutti. Il vento leggero inizia a sibilare sopra le distese ondulate e respiriamo già la salsedine e i lentischi. Tra qualche minuto rivedrò la sofferenza di tutti i giorni nei giochi spensierati di questa banda di disperati, di questi gioielli inestimabili; dovrò ancora una volta trattenere una stretta mortale che mi fa scoppiare il cuore e continuare ad andare avanti; ripensare alle loro storie è il motore inesauribile che mi dà la spinta per cercare anche oggi qualcosa che non so. Vaghiamo tutti insieme verso un miraggio di speranza che sappiamo con inesorabile certezza essere vana.
Vorrei conservare per sempre, e lo farò, questa cartolina di disperazione e gioia che, mentre guido, ammiro dallo specchietto retrovisore di uno sgangherato pulmino giallo.
***
Nel 1998, quando scrissi questo racconto, ebbi la fortuna ed il privilegio di conoscere, fra gli altri, un bambino che allora aveva appena 6 anni. Un gioiello dai capelli neri perennemente scarmigliati, gli occhi sbilenchi e con il grembiule sempre sporco. Un bambino di nome M., che un crudele incantesimo ha costretto a vivere una vita sfortunata e assai difficile. Un bambino che qualcuno bonariamente (e di certo con molta sufficienza) definiva subnormale, se non addirittura “un soggetto con problemi psichici”.
Non so dove sia oggi, né cosa gli sia successo dall’ultima volta che lo vidi, più di 10 anni fa. So soltanto che, se potessi incontrarlo di nuovo, non smetterei di ringraziarlo per avermi fatto capire molte cose di me.
Dedico la pubblicazione di questo racconto all’impegno appassionato di C.,una maestra molto speciale, aggiungendo, per quel che può contare, il più sentito ringraziamento a lei e a tutti coloro che continuano la loro indispensabile missione di educatori, con ostinata devozione e invidiabile coscienza sociale, nonostante le avversità, gli insulti, le umiliazioni, e le pericolosissime delegittimazioni che subiscono quotidianamente da questo sciagurato, farneticante e colpevolmente miope governo.
(continua dal post precedente)
Sta di fatto che, parafrasando un vecchio adagio, spiaggia che vai bagnanti che trovi. Perciò, anche se provi ad evitare gli anguillidi mutandati e le mammine siliconate di cui sopra, non puoi evitare altre e altrettanto esilaranti situazioni balneari. A tutte le latitudini.
Infatti, al termine della settimana ferragostana, preparo mezza valigia con lo stretto necessario, salgo in macchina e in due ore scarse sono dall’altra parte dell’isola (lo so: state iniziando ad invidiare quelli che come me hanno casa in Sardegna, almeno in estate).
Dove, in una spiaggia incantevole anche se in po’ troppo affollata, mi stavano aspettando nuove e straordinarie avventure e spettacoli di cabaret, improvvisati lì per lì, che manco Zelig...
A me piace pescare, di notte e da solo. Surfcasting, soprattutto. Così succede che quando posso (una decina di volte all’anno, al massimo) me ne vado in spiaggia verso le nove di sera, mi preparo le mie cosette e me ne sto a prendere umido e zanzare fino alle luci dell’alba. In solitudine, sovente senza pescare un bel nulla, ma ogni volta con la sensazione che stare lì non è stato inutile. Vabbé, discorsi personali. Torniamo alle cose serie.
Dicevo delle mia passione per la pesca, perché quest’estate, alla fine dell’ennesima nottata senza pesci, mi è capitato improvvisamente di veder arrivare sulla spiaggia uno stuolo di individui nel quale ho riconosciuto almeno quattro generazioni diverse. Dalla nonna più che ottuagenaria al neonato di un sette/otto mesi. Ognuno portava qualcosa, e quando dico “qualcosa” intendo dire dal passeggino al freezer a pozzo. Praticamente, più che di una domenica al mare, si trattava di un trasloco. Allora ho pensato che fosse già ora di andar via. Ho guardato in alto ma del sole c’erano solo le avvisaglie. Poi l’orologio: le sette meno dieci! E la spiaggia fino a quel punto era tutta mia.
A quel punto penso: questi sono pazzi! E mi balenano in testa le seguenti domande: quale cazzo è il motivo che vi ha fatto scendere dal letto alle cinque di domenica mattina? Perché cazzo siete così in tanti? Cosa cazzo ci fate in spiaggia a quest’ora? La risposta a tutte e tre le domande è una sola e la deduco quando il capo famiglia (lo riconosci subito: è quello che ha sulla schiena il freezer a pozzo) rovescia sulla sabbia una custodia azzurra e sbiadita la dalla quale viene immediatamente estratta, ancora smontata, una villetta bifamiliare di 120 mq, dotata di bagno di servizio, mansarda abitabile, l’antenna parabolica (oggi c’è la Formula 1, non sia mai che se la perde) e i gerani sull’ingresso. Capisco che trattasi non già di una famigliola un po’allargata in villeggiatura, ma di un’impresa edile, per giunta senza scrupoli, che fa lavorare persino la nonna, certamente in nero.
Resto senza parole e osservo con quale zelo ognuno trova la sua bella cosa da fare: chi si preoccupa delle fondamenta e chi degli arredi. Insomma, se a Onna hanno fatto miracoli, questi quantomeno devono prendere il nobel per l’edilizia.
Mezz’ora, non di più! In mezz’oretta hanno tirato su una roba fatta e finita. Oddio, mancavano ancora le grondaie e la ringhiera sulla scala, ma il più era fatto.
Il primo istinto è stato quello di fingermi un vigile urbano in borghese e di andare a pretendere l’esibizione di regolare concessione edilizia. Mi sono trattenuto perché il mio aspetto denunciava chiaramente il mio status di pescatore fallito e temevo che i ragazzini mi prendessero per il culo. E non mi sono avvicinato.
Ci hanno pensato loro, dopo aver ultimato la posa in opera dei battiscopa. Sono arrivati i maschi, le femmine come naturale, avevano da sistemare la cucina e il soggiorno.
- E allora, pescato niente?
- Bah, due mormore e un sarago... poca roba...
- Eh, con lo scirocco di ieri c’era anche da aspettarselo... e poi non è periodo...
Ecco, ci mancava anche il pescatore esperto che viene a rompermi i coglioni alle sette del mattino. Ma non si può stare tranquilli un attimo in questa cavolo di spiaggia?
Poi però si rifà subito:
- France’, vai da mamma e digli (anche le donne a volte vengono considerate maschi in Sardegna) di tirare fuori il caffè... lo prende un caffè, vero? A quest’ora ci vuole...
- Grazie, non si disturbi... adesso vado via, stavo iniziando a sistemare tutto...
- E dai: un caffè, cosa ci vuole? Guardi è già pronto...
- Se insiste così... Va bene, allora, grazie...
- Venga, che ce lo prendiamo di là, così ci sediamo...
Il tizio mi diventa quasi simpatico. Il caffè lo vorrei ma temo che dentro quel dannato thermos da 5 litri ci siano i fondi dell’estate scorsa... però accetto e mi dirigo verso la grande tenda del Grande Capo Muratore Dai Grandi Baffi Grigi, augh!
Thermos un cazzo! C’è la caffettiera da sei già sul fuoco: la cucina è completamente arredata, con tanto di mini bombola e tavolo per il pranzo, anche se non vedo il microonde... eh, vedi a volte i pregiudizi!
Per farla breve: mi bevo il caffè, scambio quattro chiacchiere con Grande Capo, un po’ di dialetto con la nonnina (che a giudicare dal sorriso dovrebbe chiamarsi Zanna Col Muschio Verde) e una carezza alla nuova arrivata nella tribù: Gesuina – poveraccia, che nome del cazzo! - nata a fine marzo, con parto cesareo, dopo un travaglio infinito che a momenti ci rimaneva la mamma... e l’infermiera che a momenti non si accorgeva che la bambina aveva rigurgitato... ohi, gratzias a Deus!... che adesso c’ho pure le ragadi su un seno e deve poppare solo a sinistra... che ha una voglia sulla schiena, proprio come il fratello... che è nata con un sacco di capelli, proprio come la sorella... che ormai non ce l’aspettavamo più alla nostra età, e invece... che un po’ di sole, quando sono così piccoli, bene solo può fargli (anche le neonate devono abituarsi da subito a essere trattate talvolta come maschi, in Sardegna)... che l’abbiamo chiamata come la zia che è morta quest’anno passato... che l’ha battezzata il cugino di Roma...
BASTAAAAAAAAAAAAAA!!!! Minchia, che caffè lungo!
Ringrazio, e faccio per andarmene, proprio nel momento in cui la mamma di Gesuina leva il coperchio di carta stagnola da una teglia che, a occhio e croce, doveva essere un metro per due. Vengo sopraffatto da un profumo di cannelloni che a momenti mi fa vomitare anche il pancreas: eccheccazzo, sono le sette e mezza del mattino, questo è tentato omicidio!
Insomma, me ne vado dopo aver bevuto il caffè, dopo aver saputo involontariamente gran parte dei fatti loro e dopo aver rischiato una bella figura di merda, dato che stavo per inciampare sull’anguria sistemata sotto la sedia; un’anguria che non avevo visto, nonostante avesse le stesse dimensioni di Saturno...
Inutile dire che a fare il bagno, quella mattina, sono andato da un’altra parte.
La Sardegna è un paradiso, ma se ne vedono certe...
FINE
Tre settimane (e, meteorologicamente parlando, che settimane!) di mare (e, paesaggisticamente parlando, che mare!) me le son fatte pure quest’anno. La fortuna di abitare in Sardegna sta anche nella possibilità di scegliere quale delle spiagge visitare, che tanto, quasi ovunque, dove cadi cadi bene. Nel senso che basta salire in macchina, mettere un po’ di musica, farsi un po’ di strada e in un lasso di tempo relativamente breve rischi di trovarti in un paradiso o in un altro o in un altro ancora. A meno che al mare non ci abiti già: in tal caso ti risparmi un po’ di curve e dieci minuti dopo la colazione sei già con il culo a mollo.
L’unico inconveniente consiste nell’essere costretti, per questioni di lavoro, a fare tutto ciò ad agosto. Quando i comandanti degli aerei, nuovi messia del regno dei cieli, atterrano e lanciano l’imperativo “andate e diffondevi ovunque!”. L’immagine che mi viene in mente è quella di un’enorme ampolla di vetro piena di serpenti che cade dall’alto disintegrandosi e lasciando il suo contenuto libero di scivolare dove meglio crede.
A me i serpenti fanno ribrezzo, soprattutto quelli maleducati, quelli che non hanno rispetto del vicino d’ombrellone, quelli che in mezz’ora di racchettoni ti chiedono per più di sette volte “pallinaaa, grazie!”. E quelli che sono convinti che l’acqua del mare sia acido muriatico che tutto scioglie in un batter d’occhio, dalle infradito rotte ai pannolini cagati .
Però rimane lo spettacolo del “dove” e, se riesci a non avvelenarti il fegato per via di quei serpenti, ne puoi comunque godere appieno. Allora guardi all’orizzonte, ti giri da una parte e dall’altra, fai una passeggiata sul bagnasciuga e nuoti beato. E ammiri tutto ciò che ti circonda.
C’è una deliziosa signorina, sotto l’ombrellone più vicino, che da più di mezz’ora si cava gli occhi per trovare il prossimo punto nero da schiacciare sulla schiena del suo compagno, approssimativamente disteso su un telo invaso da edificanti rotocalchi gossipari e flaconi bisunti e del tutto catatonico, con la bolla al naso, le palle piene - e non solo di sabbia - e tanta, tanta voglia di agitare un’ipotetica coda che non possiede, come fanno gli asini per scacciare le mosche. O di allontanare la scemina con una scorreggia fragorosa e fragosa (1). Dico tra me e me (il tono è lo stesso con cui il generale stronzo si rivolgeva a Palla di Lardo in Full Metal Jacket): ma brutta deficiente, ma non c’hai di meglio da fare? I tuoi genitori t’hanno forse proibito di seguire un corso per estetisti? Devi ammortizzare la spesa per le french nuove? Finché non la senti dire: “Giuse’, mi sa che t’ho schiacciato un neo”. E quello... niente: catatonico era e catatonico rimane. Si alzerà solo dopo un’oretta, quando la simpaticissima gli verserà l’acqua freddina raccolta con la maschera, così per scherzo, forse per lavare il senso di colpa per aver trasformato una normalissima schiena in un campo appena arato, forse per disinfettare la voragine che lei stessa aveva creato o forse, più semplicemente, perché non aveva ancora finito di rompergli i coglioni. Uno scherzo di merda, per uno che è ormai diventato incandescente dopo un'ora e mezzo sotto il sole a picco. Uno scherzo punibile con la carcerazione da 2 a 5 anni. In Afghanistan, per molto meno, c’è la lapidazione.
Invece lui scatta come una pulce, la rincorre per un po’ (sollevando palate di sabbia che naturalmente mi va a finire in testa) e alla fine la scaraventa in acqua. L’istinto mi porta a urlare “Affogala!”, ma mi trattengo: queste sono cose che o ti senti di farle da solo oppure è inutile che qualcuno ti inciti. Non se l’è sentita, il somaro senza coda, che ormai ha la schiena come una cartina geografica. Peggio per lui, speriamo che l’anno prossimo vadano a Riccione.
Mi volto dall’altra parte, sono appena passate le due del pomeriggio. Ecco arrivare due ragazzotti iperpalestrati, lucidi e viscidi come anguille (lucidi non direi: se sei proprio lucido non corri alle due del pomeriggio, sulla battigia, con 42°C, in mezzo alla gente...). Hanno l’i-pod saldato sull'anca e i filini che arrivano fino alle orecchie. Non hanno un muscolo fuori posto. Anzi, uno sì: talmente fuori posto da non trovare una collocazione stabile né da una parte ne dall’altra, e che balla, sembrando una pallina (in totale fanno tre palline a testa) delle estrazioni del lotto dentro un bussolotto di microfibra che quest’anno fa molta tendenza. Praticamente una banalissima mutanda bianca, che però costa intorno ai 100 euri, grazie a un piccolo disegnino sull’elastico. Delle due l’una: o questi hanno preso un’insolazione tale da azzerargli la facoltà di capire che stanno facendo una cosa evidentemente insulsa, oppure quella facoltà l’hanno persa anni fa, alla fine della prima settimana di palestra. Propenderei per la seconda ipotesi, cogliendo il tenore dei dialoghi:
- ...la Patty ha detto... uff... uff.....che stasera vuole pesce... uff...
- ...e tu daglielo, mmffhh...
- ...volevo dire a cena... mmffhh.... quello è... uff... per il dopo cena...ufff
- ...ahuff-ahuff (si tratta di una risata stentata, ma il tipo non ce la fa più, tra un po’ stramazza a terra e arriva l’elicottero).
In quel preciso momento realizzo che l’i-pod (evidentemente spento) è fornito in dotazione con la mutanda - questo spiegherebbe quantomeno i 100 euri - e quei filini che arrivano alle orecchie altro non sono che un sistema un po’ bizzarro per tenerla su. Dubito infatti sulla capacità dei due babbei di fare tutte quelle cose insieme: correre, mostrare i vigorosi pettorali, tenere il ritmo delle palline dentro il bussolotto - destr sinistr, destr sinistr -, tessere discussioni di notevole spessore e addirittura ascoltare la musica in sottofondo. Mah, misteri della psiche umana. Comunque sia, la viscida coppia così come da un lato è apparsa dall’altra sparisce, non prima di aver attirato l’attenzione di quelle quattro ochette, di cui due perizomate e due no, che chiacchierano di chissaccosa, spiaggiate sulla sabbia umida, col culo così sparato in alto da rappresentare un invito anche per un carmelitano scalzo. Le ochette all’unisono girano la testa (ricordate la pubblicità del Maxibon, quella con Stefano Accorsi pischello? Sì che la ricordate, ne sono certo) e quando i due sono abbastanza lontani riprendono le loro feconde disquisizioni con un nuovo argomento che quasi sicuramente ha qualcosa a che vedere con i bussolotti.
A questo punto riprendo nel tentativo di ultimare un cruciverba al quale mancano pochi incroci, le cui ultime definizioni mi risultano quasi impossibili. Proprio mentre una signora in topless, molto fighetta e visibilmente fiera di portare bene i suoi 40 anni suonati dimostrandone 39, presumo milanese e presumo con le tette made in Taiwan, sbraita senza un minimo di contegno:
- Laaaaapo, Gineeeeeevra... venite a nuotare più vicini a rivaaaaaa...
I due marmocchi ovviamente fanno finta di non sentire cosicché la signora si sente autorizzata a continuare nel tentativo di spaccare i timpani a tutta la spiaggia:
- Laaaaapo... venite quiiiii... venite a giocare con le racchetteeeeee...
- Mammiiiii... ci sono un sacco di pesci quiiiiiiiiii...
- Cosaaaa?
- Ci sono i pesciiiiii... moltissimiiiiii...
- Cosaaaa?
Quelli prendono fiato e si ributtano sott’acqua, non cagano la mamma (giustamente, aggiungerei) e continuano a fare quello che stavano facendo. Ma lei imperterrita:
- Bambiniiiii... vi do la punizioneeeee... Giiiiinevraaaaa...
Al che mi alzo, affianco la signora, noto distintamente la targhetta made in Taiwan e le chiedo:
- Senta, scusi, sa per caso qual è la capitale dello Zimbabwe?
- Prego?
- Sa la capitale dello Zimbabwe?
- No – faccia sorpresa e occhi spalancati, quasi timorosi.
- E sa per caso chi ha scritto “La vergine e lo zingaro”?
- No, ma cosa vuole?
- Niente, niente. E senta questa: “tipico strumento a fiato delle tribù polinesiane”. Vabbe’ questa è davvero difficile. Senta quest’altra: “la terza cavità dello stomaco dei ruminanti”...
- ...
- Eh, signora mia, ma lei non sa proprio un cazzo! Senta allora, visto che non mi è capace di rispondere alle definizioni cerchi almeno di urlare un po’ meno, così magari io mi concentro un po’ di più e forse riesco pure a finire sto cavolo di cruciermetico. Grazie.
Giro la schiena e me ne torno sotto l’ombrellone pensando che i tempi sono cambiati e di parecchio. Quando io e mia sorella avevamo l’età di Lapo e Ginevra e non davamo ascolto al primo richiamo di mio padre lui entrava silenziosamente in acqua, ci acchiappava per un’orecchia e tu avresti potuto vedere venir fuori dal mare un pescatore silenzioso che aveva appena catturato a mani nude un dentice di 10 anni e una cernia di 8. Muti come pesci, per l’appunto.
Che poi, mi chiedo io: ma perché i milanesi non danno ai loro figli dei nomi da essere umano tipo Mario e Maria, anziché queste robe che non si possono sentire? Lapo: il cane di mio nonno si chiamava Lapo! E Ginevra? Ma dai... la prossima la chiami Stoccolma? Se è maschio Dublino? Dubliiiiiino, vieni a nuotare più vicinooooooooo...fa anche rima, suona pure meglio...
(1) fragosa = puzzolente, nel dialetto parlato in diverse zone della Sardegna
(...to be continued...)
BUONE VACANZE A TUTTI
LA GATTA DA PELARE VA A PELARSI NEI MARI DELLA SUA ISOLA, E INTERROMPE, PER TRE SETTIMANE ALMENO, LE FREQUENTAZIONI SPLINDERIANE
CI VEDREMO A SETTEMBRE SU QUESTE STESSE PAGINE, SEMPRE CHE LO VOGLIATE!
A PRESTO.
Di questi tempi succedono tante di quelle cose che starci appresso sembra davvero impossibile. Almeno per me che sino alla fine della settimana dovrò stare al lavoro e non ho un attimo di tempo, perché non sia mai che si va in ferie con mille cose in sospeso...
A tutte non si può stare appresso, ma a qualcuna sì. È d’obbligo.
E difatti sto appresso, per esempio, alle ridanciane vicissitudini della nostra politica (ma possiamo ancora definirla “politica”?) e dei nostri sani costumi tricolori. Circa i quali provo a dire la mia.
Passerei di slancio sopra il brulicante formicaio di illazioni che arrivano dritte dritte sulla testa trapiantata del nostro premier. Ne ho abbastanza, e come me penso un po’ tutti.
Che la figlia lo sputtani davanti al mondo intero, non mi interessa: già ci pensò S. Veronica da Arcore. Che da tempo si sia affezionato e nonostante gli esosi listini frequenti assiduamente la Taverna Da Dario (si scrive così o c’è da mettere un apostrofo?) poco me ne infischia.
Che per giunta ami salterellare su e giù per l’italico stivale con la ormai famossima ed invidiatissima postadolescenziale letizia (oops, il maiuscolo) al punto da non perdersi una festa di compleanno... m’importa sega, direbbe qualche amico etrusco.
Che tra una doccia gelata e l’altra si ricordi dei moniti benedettini e non infili il preservativo, beh saranno anche fatti suoi e del succitato Dario.
Che nel frattempo venda Kakà al Real Madrid per un fantastiliardo di trialiardi di migliaia di milioni di euro ma che riesca a trattenere Pirlo al Milan, diciamo che lo trovo interessante quanto una cucchiaiata di scarafaggi conditi con sterco di muflone.
Che un giocherellone senatore barbuto – leggermente più schizofrenico di Giuliano Ferrara ma pur sempre leggermente meno schizofrenico dell’ineffabile testa di Ca(pe)zzo(ne) - rubi le battute ai figli comici e pensi di iniziare le ferie estive con un tour per le redazioni dei giornali, a rivelare che lui sa (prove alla mano) che qualcuna delle attuali altissime cariche dello Stato ha ciucciato giorni addietro il pisello del nostro primo ministro (attenzione, ha parlato di “alte cariche dello Stato” senza specificare se uomini o donne: vuoi vedere che anche Schifani...), beh: dov’è la notizia?
Che nelle spiagge della Riviera, nostalgici dei bei tempi del boom economico, si ascolti ancora Fred Bongusto cantare “Una rotonda sul mare”, storpiata però in “Una ro-o-onda sul mare”, dando la caccia con le pistole (che non sono ad acqua, sappiatelo) a quei rompicoglioni negri e puzzolenti che caracollano semisepolti da cataste di asciugamani e di miseria, tutto normale: mi vien da dire che finalmente possiamo smetterla col dire che questo governo non sta facendo niente per contrastare la crisi.
Che la febbre causata dalle punture della zanzara tigre, della mosca pappagallo, del calabrone calabrese, della cavalletta storna e da molte temibilissime forme influenzali abbia ormai superato, per postumi ed effetti collaterali, quella provocata dal Jackpot stramiliardario, è un fatto che si ripete in varia misura da qualche anno e che dunque poco mi impressiona. Tra l’altro, il giro economico di danaro sotteso alla ricerca del vaccino per sconfiggere la prima febbre, annovera molti zeri in più di quello che si è materializzato intorno alla seconda. Ci sono Comuni in Italia (Ficarra, provincia di Messina, sindaco PD – Varallo Sesia, provincia di Vercelli, sindaco Lega Nord – Anguillara, provincia di Roma, sindaco, MPA) che stanno elaborando i sistemi vincenti per portare dentro le casse comunali i soldini del Superenalotto. Per adesso si giocano le schedine con i soldi delle indennità degli assessori, poi vediamo: se c’è da aumentare la TARSU si aumenterà. Per il bene della comunità tutta, s’intende. E poi lasciateli fare: mica vanno a culo. No, loro studiano le probabilità di estrazione dei numeri giusti aiutandosi con la Smorfia, eh mica cazzi! Scientifico, matematico.
Davanti a tutto ciò io non batto ciglio. Lassamo perde, direbbe qualche amica amante della Tuscia e della sua parlata.
Tutto questo e molto altro ancora (ad esempio: missione irrinunciabile in Afghanistan, nucleare di penultima generazione, stendardi celtici o cisalpini o lucani o nuragici da affiancare al tricolore...) sui teleschermi di KiGiTV o GrazioliChannel o sulla RAI, Radio Arcore International.
C’è poi la parte che riguarda l’aspetto - per così dire - giocoso e sbarazzino della nostra estate italiana. E qui, mi si perdoni, non bisognerebbe affatto sorvolare, se veramente vogliamo dirci degni del nostro passaporto italiano. Qui si che c’è da dire! E tutto il mese di agosto non basterebbe.
Ma non voglio svelarvi tutti i miei intimissimi solletichi. Vi dico solo una cosa. Vi faccio un regalone, e poi non dite che a voi non ci penso. Una chicca, un’anteprima, una confidenza per pochi...
Ieri ho chiamato ad un numero di telefono che in pochi abbiamo. Un numero localizzato sul Lago di Como. Intestato a tale G. C. (non vi scrivo per intero nome e cognome solo per questioni di privacy, ci tengo parecchio sapete?). Stranamente mi ha risposto una voce conosciuta, anche perché conserva un filino di inflessione sarda, nonostante un calendario, una love-story con un calciatore ignorante come una capra, una fulgida carriera da show-girl. Beh, questa voce femminile (iniziali E. C., ma non fatemi dire altro) mi ha detto che tra lei e G. C. c’è veramente del tenero, che non è una trovata pubblicitaria, che non sta per uscire nessun Ocean’s Fourteen, che il tipo dentro il Gabibbo è veramente simpatico e che non è sempre vero che i neri ce l’hanno più grosso.
Direte voi: e il regalone dove sta? Dov’è la chicca?
Tenetevi forte!
E. C. mi ha detto che una sera, quando G. C. gli ha chiesto un soffocone fuori orario, per giunta senza neanche offrirle un calice di champagne, lei ha risposto: ma G., io sono sarda: no Mirto, no party!
Ecco, queste sono cose che nessuno sa ancora. Cose riservate. Cose per cui Alfonso Signorini e la Giacobini potrebbero azzuffarsi, dandosi della troia l’un l’altra sulla pubblica piazza o su qualche rotocalco non di partito.
Mi raccomando, non andate in giro a raccontare questa simpaticissima gag, son cose private... Cazzo, quanto amo questo Paese!
E poi non dite che a voi non ci penso...
Nel cascinale dove vivo la sveglia è alle cinque del mattino, per gli uomini che vanno sui campi a raccogliere il fieno o nelle stalle a mungere le vacche, per le donne che devono riassettare le case, raccogliere le uova e preparare il pranzo. Io ho già quindici anni e sono una donna. Non mi piaceva la scuola e ho chiesto di non andarci più: preferisco stare qui, scalza e all’aria aperta, con i cani e i gatti, con i miei fratelli, i miei cugini, i figli della famiglia Cosilenta. Qui sono nata e qui sto proprio bene, anche se la vita non è facile.
I capi sono mio padre, mio zio Fulvio e il signor Cosilenta, che di nome fa Sergio; poi ci sono i miei fratelli e i miei cugini e anche i figli del signor Sergio. Siamo in tanti ma c’è spazio per tutti. Tra fratelli, cugini e famiglia Cosilenta siamo in diciotto: quattordici maschi, mia sorella Manuela, io, mia cugina Rosetta e la figlia malata della famiglia Cosilenta, Mariangela, che non lavora al podere perchè non c’è con la testa; al massimo la mandiamo a prendere le uova, sperando che non le rompa tutte.
Poi ci sono le donne: mia madre, mia zia, mia nonna, la signora Carmela, mia sorella, io e mia cugina.
Le nostre famiglie vivono qui da più di cinquant’anni: mio nonno e il padre di signor Sergio vennero dopo la guerra, perché non c’era lavoro e gli avevano promesso una casa e un pezzo di terra. Loro accettarono perché non c’era alternativa ma quando arrivarono trovarono solo paludi e insetti pericolosi. Un fratello di mio padre morì a quattro anni per la malaria. E siccome non potevano andare via restarono e costruirono le nostre case, le stalle, gli abbeveratoi, coltivarono i campi e fecero dal niente tutto quello che ho sotto gli occhi. Non ci crederei mai se non me lo avessero raccontato mio padre o il signor Sergio o mio nonna.
Comunque adesso non è più come allora, abbiamo le mungitrici automatiche, l’irrigazione non è più a mano con le pompe ma ci sono gli spruzzatori che si mettono in moto e si spengono da soli e altre cose che allora non potevano nemmeno essere pensate.
Però ci sono certe cose che non cambieranno mai. Ad esempio il fienile è ancora proprio quello che ha costruito mio nonno, con i buchi in alto per i picconi, una parte del pollaio è uguale a quella costruita da mio nonno e da nonno Cosilenta, adesso è solo un po' più grande perché vicino ci sono i conigli e i maiali, e anche lo spiazzo di cemento vicino al canale è lo stesso dove giocavano mio padre e mio zio e signor Sergio da bambini.
Si sta bene tutti uniti e non sentiamo la necessità di uscire e andare in paese, giochiamo qui tra noi, con le biciclette o a rincorrere le oche, oppure andiamo a nasconderci tra le balle di fieno.
Un giorno Matteo, il figlio più grande di signor Sergio, mi convinse ad andare in mezzo al fienile per vedere nel cielo le forme strane delle nuvole: “...quella sembra il nostro trattore, quell’altra mi sembra un uomo sdraiato con la pipa in bocca” - diceva - e io lo ascoltavo e cercavo di vedere quello che lui vedeva. Poi mi ha detto - facciamo un gioco nuovo; lui aveva già diciassette anni e io solo dodici e così iniziò a frugare nel mio vestito e io a frugare nel suo fino a quando disse che doveva andare a dare da mangiare alle bestie. Non capivo molto di quello che era successo ma avevo una sensazione strana, come quando ammazzano i maiali piccoli e la scrofa urla perché non vuole.
Il giorno dopo Matteo mi fece fare lo stesso gioco, e ancora altre volte fino, a quando insieme a Matteo venne al fienile anche Giorgio. Giocammo in tre e il gioco devo dire che iniziava a piacermi. Lo raccontai a mia sorella e lei mi disse che conosceva già quel gioco e che l’avevano inventato lei e Matteo due o tre anni prima, ma che era un gioco segreto, solo dei ragazzi.
Una sera eravamo noi tre nel fienile quando arrivò Signor Sergio e ci vide giocare: si infuriò, ci offese e prese a schiaffi i figli; sembrava fuori di testa ed era diventato tutto rosso. Io chiesi di non far sapere niente a mio padre, perché temevo le botte che potevano arrivare dalle sue manone e lui disse: questo è tutto da vedere!
Così l’indomani, il giorno dopo e ancora per altri giorni appresso tenni dentro questa paura, costringendo me stessa a non andare più nel fienile.
Dopo una settimana vidi il signor Sergio da solo alla mietitrebbia e mi avvicinai per parlargli e per ringraziarlo di non aver detto niente. Lui allora mi prese la mano e cominciò a parlare mentre io restavo muta ad ascoltarlo e cercando di non interromperlo. Disse che quello che era successo era stato molto grave, che quelli erano giochi pericolosi per i bambini (avrei voluto interrompere le sue parole per dirgli che non ero più bambina, che avevo già dodici anni, ma restai zitta), che aveva già punito i suoi figli...
Io rimasi ad ascoltare con il naso in su fino a quando mi accorsi che la mia mano dalle ginocchia era stata spostata più in su, vicino al suo cinturone. Proprio in quel momento riuscii a vedere nel faccione di signor Sergio il rossore delle sue guance ed un sorriso strano con il quale mi disse: “Io non ho detto niente a tuo padre e adesso sei tu che non devi dire niente”. E con la scusa di mostrarmi quelli che lui chiamava i pericoli del gioco slaccio la mia camicetta e mi tirò su la gonna e fece anche altre cose che non posso dire perché lui mi ha detto di non dire niente.
Dico solo che a me il gioco non sembrava affatto così pericoloso, anzi, avevo imparato a giocare molto meglio di lui.
Il piccolo Jonas non ne voleva sentire di tornare a casa per il pranzo. Aveva ben altro a cui pensare. Dalle prime luci del giorno giocava da solo nella battigia della baia di Swanstone, con addosso una maglietta a righe orizzontali bianche e rosse e un paio di pantaloni corti. La sabbia umidiccia era l’ideale per inventare forme e immagini. Con la maestria di un provetto ceramista scolpiva figure, partendo solo da quello che la sua fantasia infantile gli suggeriva. A volte la solitudine lo esaltava. Del resto il borgo abitato era a più di sette miglia dal faro, e il padre non gli avrebbe mai permesso di cavalcare la sua bicicletta fin là.
Così Jonas era costretto a costruirsi con le mani il suo mondo, da quando la tisi gli aveva strappato via l’affetto materno. Il freddo e l’umido di certe sere di gennaio erano stati micidiali per una minuta ragazza timida ed emaciata, che aveva dovuto rinunciare al tepore della sua famiglia per seguire Robert W. Howthorne, il figlio del guardiano del faro. Fu un grande amore e quando Jonas nacque il primo pensiero di Elisabeth, allora diciottenne, fu per tutte le malelingue e gli anatemi che il paese le aveva rivolto, e per quello schiaffo del padre che ancora le bruciava sulla guancia.
Da allora il piccolo Jon (così lo chiamava il padre, secco e lapidario) aveva smesso il grembiule con il fiocco azzurro, e suo malgrado aveva dovuto salutare, forse per sempre, George, il compagno di giochi.
Il sole era ormai alto, e il mare dapprima piatto come una lastra di marmo iniziava ad incresparsi al soffio di una leggera brezza. Sulla sabbia scura erano distese sculture effimere, visioni immaginifiche e spettrali che presto sarebbero tornate dentro il mare, come accadeva ogni notte.
Jonas si sollevò, scosse via dalle ginocchia un po' di sabbia e sistemandosi la maglietta prese a passeggiare lungo il bagnasciuga, giocando a farsi inseguire dalla schiuma delle onde. Raccolse qualche ciottolo piatto per lanciarlo forte sulla superficie diafana del mare e contarne i rimbalzi. Grazie ai consigli del padre era riuscito una volta a farne fare fino a sette.
Ogni tanto si fermava e raccoglieva delle conchiglie. Avrebbe tanto voluto farne una collana per regalarla alla madre, ma anche questo sogno era ormai svanito per sempre. Intanto continuava a raccoglierle, le faceva muovere sul palmo della mano e si divertiva a distinguere i vari colori riflessi dalla madreperla.
Alla fine della piccola spiaggia c’era una scogliera scura e inquietante, e Jonas sapeva che non poteva arrivare fino lì. Una vecchia leggenda raccontava che quelle rocce fossero il rifugio dei mostri marini di Swanstone, creature malvagie che si nutrivano di bambini. Jonas non ne aveva mai visto uno, ma la paura era più forte.
Il signor Howthorne aveva chiamato il figlio per mangiare ma Jonas rispose che non aveva fame e che sarebbe rimasto a giocare sulla spiaggia ancora un po’. Il padre non si preoccupò perché sapeva che Jonas non si sarebbe mai allontanato.
Il piccolo tornò sui suoi passi, verso quel pezzetto di spiaggia dove aveva plasmato i suoi capolavori. Aveva già completato due figure di mostri con quattro occhi e molte braccia, un castello simile a quello che si vedeva dall’alto del faro e aveva iniziato a conformare una figura antropomorfa.
Intanto verso le quattro del pomeriggio la brezza si era rinforzata per divenire vento, e le onde cominciavano ad incombere sui suoi lavori. Così decise di completare il gioco un po’ più in su, ma sempre dove la sabbia gli permettesse di farne ciò che lui voleva. Era un perfetto conoscitore dell’umidità della sabbia e sapeva che lì andava ancora bene.
All’ultimo piano, nella sala di controllo del faro, il padre riaccendeva un sigaro già iniziato; la bottiglia di pessimo whisky era semivuota e una leggera sonnolenza iniziava a sorprenderlo. Prima delle sei era già addormentato e non aveva potuto godere dello spettacolare tramonto che rendeva irreale quel paesaggio. Jonas era sempre intento nella sua arte.
Il vento aumentava sempre di più ed il bambino affrettò la conclusione della sua opera. Ormai si capiva che l’immagine era quella di una figura umana. Lo si capiva dalla lunghezza delle dita delle mani e dal vestito.
Doveva fare ancora la testa e i capelli e per questo si spostò verso un punto leggermente più distante, dove poteva raccogliere le poche alghe che ogni mattino giacevano in ricordo del vento del giorno prima. Era una regola, infatti, che all’imbrunire il mare si agitasse di onde lunghe sotto l’incombere della tramontana.
Di corsa tornò al punto di prima, dai suoi amici mostri di sabbia con i quali parlava e scherzava a bassa voce.
Fece il volto di quell’ultima scultura con sicurezza e vi mise sopra le alghe raccolte, come fossero boccoli neri che scendevano sulle guance.
Si alzò dalla sabbia che la luna era ormai vigile e gli sembrò che la sabbia si muovesse. Pietrificato dalla paura sgranò gli occhi. Davvero la sabbia si muoveva, e di certo non per il vento sempre più forte. Indietreggiò di due passi fino a bagnarsi i piedi e sconvolto vide che quella terra grigia prendeva vita. Non sapeva se avvicinarsi o allontanarsi, avrebbe voluto chiamare il padre, ma sapeva che non l’avrebbe sentito. Fu quel mostro ad accostarsi mormorando - Jonas, sono io...
Vide che gli tendeva la mano e che al collo aveva una bella collana di conchiglie. Sul volto del piccolo apparve una lacrima a riflettere la luce della luna. Quel fantasma lo prese per la mano e lo condusse teneramente verso le onde.
Ora viaggiano insieme su un cocchio di madreperla trainato da quattro ippocampi.